01/06/2026
QUINTO CONVEGNO ANNUALE ERICKSON “SONO ADULTO: DISABILITÀ E PROGETTO DI VITA” – TRENTO, 22 e 23 MAGGIO 2026
Essere adulti non è un’acquisizione meramente anagrafica: è un percorso di consapevolezza che si costruisce in tempi e in modi diversi per ciascuno, intrecciando dimensioni personali, familiari e sociali. Questa affermazione, che vive di una verità mai banale, diventa materia di approfondimento e confronto se rapportata al mondo delle persone con disabilità, come si propone di significare il convegno annuale Erickson, dedicato al rapporto tra età adulta, disabilità e progetto di vita. Come cooperativa sociale che si occupa di disabilità, sia per quanto riguarda i minori e giovani che per persone adulte e anziane, abbiamo partecipato al convegno, riportandone delle note che possono servire ad orientare chi volesse approfondire le numerose trattazioni che si sono susseguite nei due giorni e che in parte segnaliamo in calce al presente contenuto. Ringraziamo Sabrina Basolato, coordinatrice della comunità residenziale per adulti con disabilità “Casa Avigliano”, una delle colleghe presenti al convegno che ha voluto condividere l’esperienza attraverso gran parte delle osservazioni che seguono.
IL PROGETTO COME CHIAVE PER LA PIENA ESPRESSIONE DELLA DIMENSIONE PERSONALE
La vita adulta, per chi vive una disabilità, si collega invariabilmente ad una progettualità consapevole e in divenire di cui la persona è protagonista attivo e consapevole. La comunicazione istituzionale del convegno ha utilizzato non a caso la simbologia della chiave, quasi ad indicare che la progettualità di vita, lungi dall’essere un costrutto teorico, necessita di strumenti che siano in grado di fornire una presa concreta sul reale, “aprendo” le diverse dimensioni che si vanno ad integrare nell’esperienza quotidiana e nella formazione di un percorso personale: e allora la “chiave di automobile”, la capacità di muoversi, materialmente e dal punto di vista della scelta e dell’autodeterminazione; la “chiave” per accedere al mondo delle relazioni, dell’affettività e della sessualità; la “chiave USB” per la conoscenza e gestione degli apparati tecnologici in grado, sempre di più, di aiutarci nelle nostre attività; la “chiave inglese”, quella della formazione e del lavoro, un’ulteriore e imprescindibile dimensione delle realizzazione e autonomia personale .
DOVE SI COLLOCA CHI È COINVOLTO, A VARIO TITOLO, NEL PROGETTO DI VITA CENTRATO SULLA PERSONA?
Partire dalla centralità della persona rispetto al proprio progetto di vita implica una riflessione altrettanto consapevole dei diversi soggetti, dei caregiver familiari, dei professionisti di ambito sanitario, sociale, dei decisori politici: c’è una differenza tra il “prendersi cura”, che in qualche modo, oggettivizza l’altro, ed “avere cura” di chi, come soggetto attivo, è al centro del proprio progetto? È un gioco semantico che non vuole tanto imporsi sulle polisemia delle espressioni richiamate, quanto orientare una riflessione utile intorno ai temi che il convegno si propone di esplorare. E quindi: la capacità di “decentrarci” rispetto al soggetto che intendiamo supportare nel suo percorso non implica forse la restituzione, o ricollocazione, di un potere che non va più agito “per conto di” ma piuttosto “a favore di”?
LA CASA COME RESIDENZA, COME ESPERIENZA ESISTENZIALE, COME DIRITTO
La dimensione progettuale si rivela ulteriormente concreta se accostata a quella del contesto fattuale di vita: l’istituzionalizzazione, partendo dalla centralità dalla tensione della persona disabile verso uno scenario di vita adulta e indipendente, va considerata non più come unica soluzione abitativa possibile ma come opzione percorribile accanto a quella di restare presso la propria abitazione. Con un’astrazione (che si mantiene però carica di ricadute concrete), il luogo dove si abita è interpretabile, al di là delle sue coordinate fisiche, come atteggiamento e postura, come prospettiva che si presenta alla persona disabile ogni volta che sia chiamata ad affermare le proprie aspettative, desideri e bisogni: a scegliere una posto che sia veramente “la casa” e non “una casa”. La contrapposizione tra istituzionalizzazione e abitazione propria va esplorata con attenzione, non confondendo il concetto di autonomia abitativa con quello di precarietà e assenza di supporto: l’autonomia come diritto può prevedere infatti un supporto non standardizzato ma personalizzato e capace di offrire un importante valore aggiunto in termini di qualità della vita. Senza voler sottacere la complessità del vasto dibattito che si può aprire in merito alla tematica abitativa (basti pensare alle differenziazioni geografiche esistenti al riguardo tra nord e sud Italia, alla questione del fisiologico invecchiamento dei caregiver familiari, ai tagli alla spesa pubblica e ai servizi sociali, alle liste d’attesa per i servizi residenziali) è possibile, in sede di riflessione preliminare, tenere insieme gli spunti brevemente richiamati, utilizzando come stella polare i riferimenti dell’identità e della relazionalità, della gestione del tempo libero e del lavoro, della sicurezza emotiva e della qualità esistenziale: in breve tutto ciò che può essere ricompreso nel concetto di progetto di vita a cui è orientata la due giorni di studio.
VIVERE DA ADULTI: QUANTO È “ACCESSIBILE” LA SESSUALITA’ COME DIMENSIONE PROPRIAMENTE ADULTA?
Il concetto di accessibilità può tornare utile quando si parli di un diritto, quello di vivere la propria sessualità, che, nel caso di persona con disabilità, deve scontrarsi con limitazioni dalla natura più articolata ma non meno ostativa delle cosiddette “barriere architettoniche”: stiamo parlando di fattori fisici, psicologici, sociali, culturali che possono inibire, ridurre, condizionare l’espressione di una sfera sessale che compone, insieme agli altri riferimenti a cui abbiamo fatto cenno, la persona nella sua integrità e nella sua dimensione adulta. Chi ha vissuto, personalmente o professionalmente, a stretto contatto con la disabilità, sa bene che lo specifico della sessualità porta con sé una dimensione composita che non si può affrontare se non considerando la storia della persona, il sviluppo psicologico, affettivo, relazionale, formativo, le interazioni sociali e tutto ciò che concorre a posizionare quella specifica persona, nel momento presente e in prospettiva futura, rispetto a tutto quanto concorra all’espressione della propria sessualità. Ci si potrebbe chiedere, ad esempio, come mai spesso una persona con disabilità venga definita “ragazzo” o “ragazza” attuando una patente forzatura anagrafica, o come mai a volte anche le scelte o le abitudini rispetto all’abbigliamento scontino parimenti una certa quota di infantilizzazione o di perenne adolescenza. Queste semplici considerazioni, senza volersi addentrare troppo nel campo delle dinamiche genitore-figlio che si instaurano in un rapporto di caregiving a livello familiare, ci suggeriscono, nella loro banalità, il fatto che disabilità e sessualità risultino termini difficilmente coniugabili, nel sentire comune, e proprio per questo possano costituire un riferimento importante rispetto alla strutturazione di progetti di vita autonoma e adulta e alla contaminazione sociale e culturale che li accompagna. Proprio questa barriera, lo stigma socio-culturale, costituisce al tempo stesso un ostacolo imprescindibile, talvolta impervio, da affrontare e una sfida che può produrre un vero cambiamento, poiché le determinanti socio-culturali sono qualcosa su cui è possibile lavorare, che è possibile modificare, ridurre, facendo avanzare, di pari passo, i diritti di una soggettività pienamente esperita da parte della persona adulta con disabilità.
Condividiamo a seguire il link alla sezione del sito web Erickson dedicata al convegno, utile per chi volesse approfondirne le tematiche e le buone prassi sintetizzate nei vari interventi.
https://www.erickson.it/it/convegno-sono-adulto -prassi
Edizioni Centro Studi Erickson