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GRISSINIIl fornaio tirò la pasta con le mani infarinate, piano, finché il pezzo di pane smise di sembrare pane. Diventò ...
18/06/2026

GRISSINI
Il fornaio tirò la pasta con le mani infarinate, piano, finché il pezzo di pane smise di sembrare pane. Diventò una corda chiara, lunga, quasi fragile. Sul tavolo c’era farina, qualche briciola, un coltello da lavoro. Dietro, secondo la tradizione, guardava un bambino che doveva diventare duca.

Si chiamava Vittorio Amedeo II di Savoia. Nacque nel 1666 e, quando il padre morì, si trovò addosso un titolo enorme prima ancora di capire davvero il peso della corte. Era piccolo. Era anche gracile, almeno nel racconto che Torino si è tramandata.

E qui bisogna fermarsi un attimo.

La storia dei primi grissini non è una ricevuta con data, firma e timbro. Le fonti non concordano tutte sull’anno, spesso si cita il 1679, altre volte si resta più larghi, verso la fine del Seicento. Anche l’attribuzione ha il sapore delle cose passate di bocca in bocca. Però il nucleo resta quello: un pane tirato sottile per essere più digeribile.

Pane da malati, insomma.

La tradizione fa entrare in scena un medico di corte, Teobaldo Pecchio, e un fornaio torinese, spesso indicato come Antonio Brunero. Il problema sarebbe stato semplice e molto concreto: il giovane Vittorio Amedeo digeriva male la mollica del pane comune. Niente grandi discorsi. Lo stomaco comandava più dell’etichetta.

Così si sarebbe provato a togliere quasi tutto quello che pesava. Meno mollica, più crosta. Una forma lunga, asciutta, sottile, capace di cuocere in modo diverso e di conservarsi meglio. Il gesto era da laboratorio povero: ti**re l’impasto, allungarlo, renderlo leggero senza chiamarlo miracolo.

Ma era pur sempre una corte.

Un bambino malato, lì dentro, non era solo un bambino. Era la continuità dei Savoia, le stanze di Palazzo, i matrimoni già pensati, gli accordi che gli adulti preparavano mentre lui mangiava poco. La sua digestione diventava faccenda domestica e politica insieme. Sembra assurdo. Però nelle dinastie funzionava così.

Il grissino nacque, o almeno così racconta la memoria torinese, da questa sproporzione: una cosa minuscola davanti a una paura grande. Un bastoncino di pane contro il corpo fragile di un erede.

Poi la storia prese un’altra strada.

Quello che forse era nato come rimedio entrò nelle abitudini. A Torino i grissini divennero pane quotidiano, pane da tavola, pane da viaggio, pane da servire senza farne una cerimonia. C’erano forme diverse, più arrotolate o più stirate, più rustiche o più fini. Il nome restò legato alla città molto prima che finisse nei sacchetti dei ristoranti.

E Vittorio Amedeo II non rimase il bambino pallido della leggenda. Crescendo, divenne uno dei sovrani più duri e calcolatori della sua dinastia. Fu duca, poi re di Sicilia, poi re di Sardegna. La sua vita adulta non ebbe nulla di tenero. Forse per questo il dettaglio dello stomaco debole resta così strano.

Difficile crederci fino in fondo, almeno nella versione perfetta. Un medico preoccupato, un fornaio geniale, un duca bambino, e da lì un simbolo alimentare piemontese. Troppo ordinato. Su questo gli storici discutono ancora, e fanno bene.

Però le leggende del cibo funzionano quando poggiano su un gesto possibile.

Un fornaio che allunga la pasta, quello sì. Un pane più secco e leggero per chi non sopporta la mollica, anche. Una corte che trasforma un bisogno privato in abitudine pubblica, pure. Non serve immaginare squilli di tromba. Basta un tavolo sporco di farina.

La cosa più bella, forse, è che il grissino non nasce come lusso nel racconto torinese. Nasce come sottrazione. Via il peso. Via la mollica. Via l’eccesso. Resta una linea di pane, sottile abbastanza da sembrare niente, ma abbastanza pratica da sopravvivere a chi la inventò.

Se davvero andò così, il primo grissino non fece rumore.

Stava su un tavolo, accanto a un bambino che non digeriva.

‼️Da noi trovate tutti i giorni i grissini stirati a mano artigianali di nostra produzione, stirati dal nostro panettiere Mario. Panetteria Antichi Sapori snc‼️

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