22/07/2026
Ho visto l’Odissea di Nolan. Sono uscito dal cinema decisamente soddisfatto. Tre ore sono volate senza quasi un momento di noia, e questo è già un grande complimento. [ALLERTA SPOILER]
Naturalmente, ho notato molte differenze rispetto al poema. Alcune mi hanno convinto, altre meno. Mi è sembrata curiosa l’inclusione dei Popoli del Mare. Gli dèi sono stati quasi completamente rimossi e il ruolo di Atena è ridotto a una sorta di allucinazione ricorrente nella mente di Odisseo. È scomparso anche il celebre dialogo con Polifemo che porta all’inganno di “Nessuno”: una rinuncia importante, anche se la scena funziona comunque. Sono stati tagliati i Feaci e Nausicaa, ma il racconto dei viaggi è stato ridistribuito in modo abbastanza intelligente e non ne ho sofferto troppo, anche se Nausicaa resta per me una delle figure più iconiche dell’intero poema.
Mi è piaciuto molto il modo in cui è stato costruito il risentimento di Antinoo, interpretato magnificamente da Robert Pattinson. Strepitosa anche Anne Hathaway, che ha reso una Penelope memorabile e convincente. Molto meno convincente, invece, il protagonista: l’ho trovato un po’ troppo monocorde, con quell’aria da pioniere americano eternamente pensieroso e con la fronte aggrottata. Non è una cattiva interpretazione, la sua, solo una che trovo troppo da personaggio di film sulla seconda guerra mondiale come ce ne sono tanti. Odisseo nel poema piange, si commuove, si dispera, si altera. Damon ha reso un personaggio che sembrava l’americano duro con l’indole del cow boy introverso, emozionalmente costipato o addirittura sterile.
Visivamente ci sono momenti straordinari. La discesa nell’Ade, girata in Islanda, è un capolavoro. L’abbigliamento di Agamennone, invece, tipo uniforme di Batman, mi è sembrato quasi grottesco. Anche la strage dei pretendenti mi ha convinto: è più realistica rispetto al poema e, pur senza l’intervento diretto di Atena, funziona molto bene.
L’unico punto in cui ho avuto davvero la sensazione che il film si dilungasse troppo è l’assedio di T***a. Capisco perfettamente perché fosse necessario mostrarlo, ma nell’Odissea la vicenda del cavallo viene ricordata quasi di sfuggita, mentre qui occupa uno spazio che, a mio avviso, poteva essere impiegato diversamente.
Confermo anche tutto quello che avevo scritto sulla scelta del casting. Non pretendo certo il livello di rigore di Apocalypto, dove Mel Gibson arrivò a reclutare esclusivamente attori indigeni e a farli recitare in lingua maya. Però avrei gradito almeno qualche volto che richiamasse maggiormente il Mediterraneo orientale. Nei banchetti dei Proci e nell’equipaggio di Odisseo, a tratti sembrava di vedere la clientela di un ristorante qualsiasi di Los Angeles più che gli abitanti dell’Egeo dell’età del bronzo.
Il problema, per me, non è ciò che questa scelta comporta per il rapporto con l’immersione dello spettatore. In teatro una scelta di questo tipo non mi disturberebbe affatto: il teatro non punta al realismo e lo spettatore accetta fin dall’inizio una convenzione scenica. Il cinema, invece, investe enormi risorse proprio per costruire l’illusione del reale: paesaggi, costumi, scenografie, effetti speciali che rendano credibili Scilla, le Sirene o gli incantesimi di Circe. Se si ricerca il massimo realismo in ogni altro aspetto della messa in scena, ma poi i volti sembrano appartenere a una giornata qualunque sulla Fifth Avenue più che alla Grecia del II millennio a.C., per me l’incantesimo si spezza e una parte dell’esperienza immersiva va perduta.
Insomma, dal punto di vista cinematografico mi sento tranquillamente di consigliarlo. Il mio unico timore è un altro, e riguarda il rapporto tra cinema e memoria culturale.
Oggi moltissime persone conoscono i grandi classici attraverso i film, non attraverso i testi. È quindi molto probabile che, per tanti spettatori, questa diventi l’Odissea. Ed è così che piccoli cambiamenti finiscono per propagarsi, vengono ripresi da altre opere, citati, ripetuti, finché l’originale si perde nella memoria collettiva. È successo anche con Dante: il suo celebre verso «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa» è ormai diventato «Non ti curar di lor», una frase che probabilmente non riusciremo più a correggere.
Qualcuno dirà: “E allora?”. Ma io vengo dalla tradizione della filologia e cercare di avvicinarsi il più possibile al testo autentico è un po’ il sacro Graal del filologo. E credo che, anche al di là delle deformazioni professionali di chi fa questo mestiere, sia un valore condivisibile: non è desiderabile che milioni di persone siano convinte che uno dei testi fondanti della letteratura occidentale contenga episodi che in realtà non esistono, solo perché li hanno visti al cinema.
Per questo il mio consiglio è semplice: andate a vedere il film, perché merita davvero. Godetevelo come opera cinematografica. Ma non date mai per scontato che tutto ciò che vedete provenga davvero da Omero. E, se il film vi farà ve**re la curiosità di aprire il poema, anche soltanto in una buona traduzione, allora avrà raggiunto il risultato migliore possibile.
Allego un fotogramma di un’immensa Anna Hathaway che ha riprodotto in modo convincente una gamma di emozioni che difficilmente un attore americano riesce a impersonare (vedi Matt Damon).